Nella nuova stazione marittima, i resti del molo antico

All’interno del terminal, di fianco alle sedute della sala d’attesa, valorizzati da una illuminazione artistica, sono in evidenza i resti di strutture in pietra ben più antiche, sapientemente recuperate e inglobate nell’edificio moderno. Si tratta del molo progettato in epoca borbonica di cui si era perduta ogni traccia, in quanto completamente ricoperto dalla costruzione della vecchia stazione marittima.

Ė stato durante il suo smantellamento per la realizzazione del nuovo terminal, che è tornata alla luce la banchina preesistente, lunga una cinquantina di metri. Quel molo di metà Ottocento era stato ampliato già dopo l’Unità d’Italia, probabilmente per far fronte all’incremento del traffico marittimo commerciale a cui era riservata quella parte del porto di Napoli, ai piedi del Maschio Angioino, allora notevolmente arretrata rispetto all’approdo attuale.

L’avanzamento della infrastruttura portuale odierna fu ottenuto in seguito, ai primi del Novecento con una colmata che sottrasse spazio al mare, che precedentemente arrivava lì dove sorge oggi il nuovo terminal. Secondo le ricostruzioni degli archeologi, è probabile che di fronte al molo da poco ritrovato sotto il castello, si estendesse un piccolo lido sabbioso con vista sul panorama inconfondibile del Vesuvio.

Vicino al porto romano riemerso e visibile nell’attigua stazione della metropolitana con le cinque navi commerciali, risalenti al periodo tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., ritrovate in piazza Municipio proprio durante i lavori per la metro 1. A 13 metri sotto il livello stradale attuale e 3 metri e mezzo sotto il livello del mare.

Il nome Beverello ritrovato 

Tra le sorgenti esistenti nel territorio della città antica, ve n’era anche una vicino al mare, che per un tratto scorreva sotto il Maschio Angioino ed era nota con il nome “Bibirellum”  che nel tempo arrivò a identificare anche il luogo. Quell’acqua era conosciuta per la particolarità del suo sapore metallico e considerata curativa, tanto che veniva largamente utilizzata dalla popolazione, che ne usufruiva attraverso alcune fontanelle, una delle quali si trovava proprio in prossimità del castello. Rinomata anche fuori dai confini cittadini, durante il periodo vicereale, se ne caricavano grandi quantitativi su navi che la esportavano con cadenza settimanale in Spagna.

Ancora nel Novecento, l’acqua sulfurea del Beverello era venduta nei chioschi degli acquafrescai in anforette di creta a due manici, dette “mummare”, famose in tutta Napoli.

Le fontane cittadine rimasero attive fino al 1973, quando, a causa dell’epidemia di colera, furono tutte dismesse e presto dell’acqua “zuffregna”, sulfurea, del Beverello rimase solo il ricordo. Tornato reale quando, durante lo scavo delle fondamenta della stazione marittima, venne riportato alla luce il fiume sotterraneo, poi nuovamente ricoperto, che continua a scorrere nel suo alveo naturale vicino al mare.